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CRUNA | NOTIZIE | Casagiove, quando la partita di pallone diventa una "fuga per la vittoria"

Casagiove, quando la partita di pallone diventa una "fuga per la vittoria"

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rifugiati politici in campoCASAGIOVE. Assuefatti ai campionati in alta definizione delle pay per view, gigantesche macchine per fare soldi infarcite di scommesse, combine e deferimenti, è difficile ripensare al calcio come a un gioco. A Casagiove c'è chi addirittura si è spinto oltre, scoprendo nel pallone un alleato nell'accogliere chi è costretto a disputare «fuori casa» la partita della vita: i rifugiati politici (nelle foto di Gaetano Montebuglio). A molti di loro Michele Corsale, presidente dell’associazione sportiva «Hermes», ha aperto le porte del campo di piazza D'Armi, un rettangolo in terra battuta all'ombra del Quartiere borbonico che gestisce per conto del Comune. Lì si allena una squadra di Promozione, ma sono frequenti le partite tra i ragazzi africani, naufraghi in fuga da città in fiamme che tra le onde del Mediterraneo hanno ritrovato la forza di ricominciare. Arrivano dalla Guinea, dal Niger, dalla Costa D'Avorio, dal Ghana, dalla Sierra Leone, dalla Nigeria. Sono tutti richiedenti asilo, vittime delle guerre, delle rivolte, dei conflitti tribali che infiammano, nell'indifferenza generale, il Continente Nero. Lontani dal campo quasi non s'intendono, ma la magia del calcio fa svanire ogni incomprensione linguistica.
camara n'vafingCamara N'Vafing, che in italiano sa farsi capire, è una sorta di portavoce del gruppo. Vent'anni, la sua vicenda umana è legata alla situazione politica del suo Paese. Originario della Liberia, per sfuggire ai tumulti civili e allo sterminio che ha travolto la sua famiglia, con l'aiuto di un'Ong ha trovato riparo tra i Koranko, una popolazione stanziale della regione al confine tra la Sierra Leone nord-orientale e la Guinea. Stipato in un camion, circa un anno e mezzo fa ha attraversato il deserto per raggiungere la Libia, dov'è poi riuscito a imbarcarsi su un cargo diretto a Lampedusa. Camara, ormai, è l'ombra di Michele: lo aiuta a tenere in ordine il campo, nei piccoli lavori di manutenzione e nella pulizia degli spogliatoi. In Guinea faceva l'imbianchino, d'estate pure il pescatore, ora sogna un futuro in Italia. «Ogni popolo - dice -, almeno una volta nella storia, è dovuto scappare da qualcosa o da qualcuno. Dare asilo a chi lo chiede è un gesto cui nessuno dovrebbe sottrarsi». Diakité Fodé, 24 anni, è della Costa D'Avorio, lavorava come operaio per una ditta di strasporti. Di Nazionalità libica è Mamadou Keità, 18 anni: abitava in un sobborgo di Tripoli quando è scoppiata la rivolta contro il regime di Muammar Gheddafi. In squadra c'è anche, nel ruolo di terzino sinistro, un nigeriano di 19 anni, Peter Okolo. È L'unico ad avere un passato da calciatore semiprofessionista ed è, dunque, conteso dai compagni. Il più anziano è Biawa Rabiou, 28 anni, un ex autista del Niger, il quale, poco incline al calcio giocato, nelle partitelle tra «fratelli» si accontenta di fare l'arbitro. Nei caldi pomeriggi d'agosto, parecchie formazioni locali hanno provato a sfidarli; batterli, però, è stata dura. Nel loro gioco non c'è solo agonismo, determinazione, voglia di vincere. In ogni azione si cela il desiderio di agguantare, foss'anche solo per un attimo, un parziale lieto fine.
Claudio Lombardi, Il Mattino, 11 settembre 2012

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