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CRUNA | NOTIZIE | Legambiente: "Sul carbone c'è bisogno di una moratoria"

Legambiente: "Sul carbone c'è bisogno di una moratoria"

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BARI. La Puglia che ha difeso il paesaggio abbattendo l’ecomostro di Punta Perotti e ha puntato sul futuro portando l’elettricità da rinnovabili a quota 30 per cento, è il palcoscenico scelto da Legambiente per lanciare la proposta di moratoria sul carbone: stop ai nuovi impianti ad alto impatto di emissioni serra e smantellamento delle centrali più vecchie e inquinanti. “La questione climatica non è più sola una questione che riguarda gli ambientalisti, ha detto Vittorio Cogliati Dezza, il presidente di Legambiente, aprendo il nono congresso dell’associazione. “In gioco c’è la capacità del paese di essere competitivo in un momento in cui i cambiamenti diventano sempre più veloci facendo aumentare rischi e opportunità. Da una parte la crescita del caos climatico, che si misura con il moltiplicarsi di alluvioni e frane sempre più devastanti. Dall’altra l’accelerarsi dell’innovazione tecnologica, su cui si gioca buona parte delle possibilità di uscire dalla crisi economica, che ruota attorno all’uso più efficiente di energia e materie prime”. Nonostante l’incoerenza e le contraddizioni delle politiche energetiche degli ultimi anni, in Italia si sta cominciando a delineare un modello energetico decentrato in cui l’afflusso di energia che non può venire interrotto dalla rottura di un contratto perché è alimentato dal sole, dall’acqua, dal vento o dalla terra. Questa energia rinnovabile fornisce ormai quasi un quarto di tutta l’elettricità prodotta. Solo il fotovoltaico ha trovato 300 mila clienti, di cui circa il 90 per cento è costituito da famiglie, micro imprese e artigiani. La proposta della Legambiente parte dai numeri forniti al congresso: il parco elettrico installato dispone di una potenza di 106 mila megawatt, con una potenza media disponibile (calcolando le ore di effettivo funzionamento) di 70 mila megawatt, a fronte di un picco di consumo soddisfatto da una potenza di 56.500 megawatt. C’è dunque margine per accompagnare alla crescita della capacità produttiva un guadagno anche in termini di riduzione dell’inquinamento. Una riduzione che si può ottenere – sostiene l’associazione ambientalista – cominciando a chiudere le centrali a olio combustibile che danno un contributo elettrico di meno del 3 per cento (un valore confrontabile con la capacità produttiva dell’eolico che è in rapida crescita nel mondo) e le più antiquate tra quelle a carbone. Il carbone - osserva il responsabile scientifico di Legambiente, Stefano Ciafani - è la più inquinante tra le fonti fossili. Le emissioni serra che produce sono doppie, a parità di energia prodotta, rispetto al metano. Per non parlare dei problemi sanitari legati alle ricadute di inquinanti che escono dai camini delle centrali termoelettriche. Di qui la proposta di bloccare la riconversione a carbone di vecchie centrali a olio combustibile come Porto Tolle sul delta del Po e Rossano Calabro in provincia di Cosenza e la costruzione di nuove centrali. “E’ un progetto che può essere portato avanti se riusciamo ad accompagnare a questo i sì all’efficienza energetica e alla diffusione di un modello energetico decentrato basato sulle rinnovabili”, ha concluso Cogliati Dezza. “I no indiscriminati, che non distinguono tra un capannone di amianto e un campo eolico o tra una centrale nucleare e un impianto fotovoltaico, finirebbero altrimenti per paralizzare la situazione lasciando campo libero al modello più devastante che abbiamo di fronte, quello basato sul predominio incontrastato dei combustibili fossili”.
fonte: Repubblica.it

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