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CRUNA | NOTIZIE | "La legalità è solo uno strumento, il fine è la giustizia"

"La legalità è solo uno strumento, il fine è la giustizia"

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enza della valle e leandro limoccia RECALE. Ha fatto tappa a Recale Leandro Limoccia, nel suo un viaggio alla ricerca della persona. L'occasione è arrivata grazie a "Le(g)ali al Sud", un progetto, finanziato con fondi europei, per la legalità, promosso dalla scuola primaria "Giovanni Falcone". L'incontro, dal titolo "Legalità, no grazie! Educhiamoci alla giustizia", è avvenuto mercoledì pomeriggio, nell'auditorio di via Guglielmo Marconi. Al suo fianco, la dirigente scolastica Enza Della Valle. In platea, la vicaria, Antonella Forlani, la responsabile all'ambiente, Lucia Sibillo, Michele Lasco ed Enzo De Angelis di "Cruna", i docenti dell'istituto e decine di bambini rapiti dalle parole di Limoccia, ricercatore alla Facoltà di studi politici "Jean Monnet" della Seconda università di Napoli. «Imparate a rompere le scatole, a essere buoni cittadini, a non confondere il diritto con il favore, a rispettare il dovere del gioco», così ha esordito il professore, rivolgendosi agli alunni. «La legalità è solo uno strumento, il nostro fine è la giustizia». E per Limoccia si raggiunge con la ribellione, con la disobbedienza, perché l’ubbidienza non è una virtù. «Lo ricordava don Lorenzo Milani - ha affermato -, la cui lezione grande abbiamo smarrito». Il curatore del libro "Petali di vita. Don Peppe Diana: un cammino per la giustizia" ha rivelato quanto sia stato importante nella sua formazione aver cura dei pensieri dei bambini. In effetti, il bambino è un filo d'erba, è il piccolo che spacca il grande, citando il filosofo Giuseppe Limone. Ebbene, «in questa cura della parola dell’altro - ha rivelato - ritengo risieda la diversa valorizzazione di ogni persona nel suo giacimento profondo di talenti nascosti, di capacità ignote, di possibilità». La persona è ciò che non si ripete, è relazione, è profondità. «Lasciatevi, dunque, ispirare dalla parola dell’altro», ha aggiunto.  Nella sua lunga testimonianza, Limoccia ha citato don Milani, don Tonino Bello, Giorgio La Pira, ma anche i volti invisibili delle vittime delle mafie e dei loro familiari. Inevitabile, il cenno a don Diana. «Dicevano - ha raccontato - che Peppino fosse un prete anti-camorra. Non è vero, era solo un prete. Faceva la sua parte. E, come Gesù, ebbe il coraggio di urlare al suo carnefice: "Sono io"». Limoccia ha, poi, insistito sul concetto di comunità e di persona. «Bisogna fare comunità. Perché insieme occorre riflettere per cercare possibili soluzioni, certo mai definitive, sulle quali ancora e ancora occorrerà ritornare». Insieme nella reciprocità. «Più facile è decidere in pochi», ha chiosato. Quanta fatica, invece, costa il confronto, il sedersi a un tavolo e ascoltare un cittadino, un bambino, un disabile, un migrante. «Nel rapporto faccia a faccia cʼè lʼunicità, la novità, lʼoriginalità», ha concluso Limoccia tra gli applausi.
Gazzetta di Caserta, 10 giungo 2011

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