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CRUNA | NOTIZIE | Cave calcaree, incuria, inquinamento, così sta morendo l'Alto Casertano

Cave calcaree, incuria, inquinamento, così sta morendo l'Alto Casertano

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PIETRAVAIRANO (Caserta). Un tempo era il fiore all’occhiello di quella Campania felix  tanto amata dagli antichi Romani. Oggi l’Alto Casertano, crocevia territoriale con forti tratti rurali e montani tra Lazio, Molise e Campania, raggruppa 41 comuni e almeno sinora è riuscita a conservare luoghi meravigliosi e incontaminati. Tuttavia la delocalizzazione di diverse attività estrattive e l’incapacità di preservare un territorio cosi ricco di storia e di strutture architettoniche di elevato pregio artistico preoccupano non solo gli studiosi di archeologia antica e del paesaggio, ma anche gli abitanti che popolano queste terre.

IL PROBLEMA DELLE CAVE – Fino a qualche decennio fa l’attività estrattiva delle cave aveva riguardato principalmente il territorio che confina con la città di Caserta (Basso Casertano), dove numerose aziende, anche illegalmente, hanno portato a termine, soprattutto dagli anni 60-70, scavi che hanno deturpato diversi luoghi bucolici e naturalistici. In tutto il casertano oggi si contano, tra attive e dismesse, ben 442 cave. Dalla maggioranza si estrae calcare con il quale poi si produce cemento e questa provincia risulta essere il territorio con il più alto numero di cave in Italia. Nell’ultimo decennio a causa del forte tasso d’inquinamento ambientale e paesaggistico la Regione Campania ha deciso di delocalizzare un buon numero di cave nell’Alto Casertano e una di queste, assieme al cementificio più grande di tutta la provincia, dovrebbe essere trasferita dalla Moccia S.p.a. dalla città di Maddaloni a Pietravairano, sul monte Monaco, territorio incontaminato, protetto da leggi e vincoli paesaggistici e ambientali: la decisione ha scatenato una vera e propria battaglia della popolazione locale che da circa tre anni sta combattendo per fermare il progetto.

SCAVI - Oggi, grazie alle innovative tecniche estrattive, è possibile portare a termine scavi sotterranei senza deturpare il paesaggio e senza inquinare le falde acquifere. Tuttavia sono pochi gli imprenditori che si adattano ai tempi e si preoccupano di salvaguardare l’ambiente. Vicino al Monte Monaco sono presenti aree d’interesse archeologico come il teatro sannitico (il recupero della zona archeologica è stato finanziato dall’Unione Europea e l’accordo prevede il divieto di portare avanti interventi di carattere invasivo) e sulla stessa altura non mancano esempi di architettura rurale come «la Vaccareccia», un’antica masseria tutelata dalla Soprintendenza. Un altro motivo che impedirebbe qualsiasi attività estrattiva è la morfologia del territorio. Secondo studi scientifici l’area presenta una morfologia carsica e un’ingente quantità di estrazione (la società Moccia prevede di estrarre oltre 10 milioni di metri cubi di calcare in 50 anni) provocherebbe stravolgimenti microclimatici e ambientali tali «da provocare conseguenze negative per la biodiversità e per la produzione agricola locale, nonché un aumento del rischio idrogeologico». Infine l’area si trova su una faglia sismica che ha causato recenti terremoti e un’eventuale attività estrattiva potrebbe provocare frane e smottamenti.

LA PROTESTA DEI CITTADINI - Nonostante le problematiche ambientali e territoriali, la Giunta della Regione Campania nel settembre 2008 con una delibera ha dato il via libera alla delocalizzazione della cava e alla costruzione del Cementificio sul Monte Monaco. Solo un anno prima la stessa Giunta aveva presentato il progetto del «Parco Monte Maggiore» (quindicesimo parco regionale che tra l’altro includeva anche l’area che la società Moccia intende cavare) e definiva l’intera zona «area protetta». Il futuro Parco avrebbe dovuto garantire «la tutela degli ecosistemi ambientali del territorio favorendo al contempo un rilancio delle attività produttive dell’artigianato e la valorizzazione agrituristica dell’intero comprensorio». Da quando la Giunta regionale ha dato il via libera alla delocalizzazione, associazioni socio-culturali e ambientaliste locali, insieme ai cittadini riuniti nel comitato civico «Per la tutela e la difesa di Pietravairano» si sono mobilitati affinché il progetto fosse bloccato. In un primo momento le ragioni dei comitati cittadini sembravano aver prevalso, ma recentemente il tribunale amministrativo regionale della Campania ha accolto il ricorso dell’azienda estrattrice. Quest’ultima, che giudica l’impatto paesaggistico limitato e il progetto completamente conforme alla legge, ha già chiesto alla città di Pietravairano, alla Regione Campania e alla Provincia di Caserta un risarcimento di 11 milioni e 400mila euro per i danni e ritardi causati. Adesso la decisione finale è stata delegata al Consiglio dei ministri. I cittadini e l'amministrazione comunale hanno scritto un appello al Presidente della Repubblica Napolitano affinché intervenga per la salvaguardia di questo territorio.

I tesori (a rischio) dell'Alto casertano
I tesori (a rischio) dell'Alto casertano I tesori (a rischio) dell'Alto casertano I tesori (a rischio) dell'Alto casertano I tesori (a rischio) dell'Alto casertano I tesori (a rischio) dell'Alto casertano I tesori (a rischio) dell'Alto casertano I tesori (a rischio) dell'Alto casertano

 

I COMMENTI - «Viviamo in un’area incontaminata e le cave presenti nella nostra Provincia già producono calcare che supera il fabbisogno locale - dichiara Salvatore Caggiano, uno dei componenti del comitato civico e della Pro Loco -. Le ricadute economiche sul territorio saranno scarse, mentre l’impatto ambientale potrebbe essere disastroso. L’inquinamento prodotto dal cementificio e dalla cava potrebbe mettere a serio rischio l’agricoltura e il turismo che sono i due settori che trainano l’economia del nostro territorio». A preoccupare i cittadini dell’Alto Casertano sono anche la centrale a turbogas di Sparanise già attiva e un’altra in progetto a Presenzano: «Il pericolo di polveri sottili è notevole – continua Caggiano – Inoltre siamo nell’area del parco delle Acque tra Riardo dove si produce la Ferrarelle e Pratella dove sgorga l’acqua Lete. La trasformazione del territorio potrebbe inquinare anche le nostre preziose falde acquifere, a tutt'oggi la principale fonte di occupazione delle nostre terre. La volontà di puntare a uno sviluppo rispettoso dell'ambiente è stata ribadita senza mezzi termini anche dal Comune di Pietravairano, da altri 11 comuni limitrofi e dalle associazioni di categoria Altragricoltura e Coldiretti in un documento unitario».

I GIOIELLI ARCHEOLOGICI E ARCHITETTONICI ABBANDONATI – Nell’alto casertano anche i tanti reperti archeologici e i gioielli architettonici non se la passano bene. L’assenza sul territorio della Soprintendenza per i beni archeologici (adesso quella di Caserta è dislocata a Salerno) ha portato numerosi tesori presenti in quest’area a essere abbandonati e dimenticati. Nemmeno le grandi costruzioni architettoniche medievali sono tutelate adeguatamente. Recentemente il Corriere del Mezzogiorno ha raccontato la triste sorte dello splendido castello medievale di Vairano Patenora, per la cui ristrutturazione - mai terminata - nel 2005 sono stati perduti ben 350 mila euro. Ma altre bellissime costruzioni antiche sono abbandonate all'incuria. Due casi su tutti: il Monastero di Santa Maria della Ferrara sempre a Vairano Paternora e il Castello angioino di Calvi Risorta.

LE COSTRUZIONI DIMENTICATE - Il Monastero di Santa Maria della Ferrara, costruito tra il 1171 e il 1179 fu la prima abbazia cistercense del Regno di Napoli. Il monastero, che visse il suo periodo d’oro intorno al XIII secolo, ospitò personaggi illustri come Federico II di Svevia e qui vi studiarono religiosi importanti come Gioacchino da Fiore e Pietro da Morone, il futuro Celestino V, il papa che «fece il gran rifiuto». Oggi il Monastero giace abbandonato e i suoi ruderi sono sgretolati dall’edera. Anche l’ultima reliquia, la splendida cappella funeraria di Malgerio Sorel, falconiere di Federico II, mostra profonde lesioni e minaccia il crollo. Proprio qui è presente un dipinto in cui comparirebbe una delle rarissime immagini arrivate fino a noi di Celestino V. A pochi passi dall’opera d’arte solo spazzatura e rovine. L’altro esempio di capolavori dimenticati è il Castello angioino di Calvi Risorta, risalente all’XI secolo e appartenuto ai Marzano, una delle più potenti famiglie del Regno di Napoli.  Circa vent’anni fa sono stati improvvisati dei lavori di ristrutturazione, ma gli interventi sono stati peggiori dell’incuria. I solai sono stati ristrutturati con travi e lamiere senza ricostruire le pareti mancanti. Lo spettacolo è desolante: le travi adesso sono arrugginite e le lamiere ossidate: «Il problema dell’incuria e dell’abbandono dei beni è stato accentuato dal taglio dei fondi portati avanti negli ultimi anni – sostiene Mario Pagano, a capo della Soprintendenza dei beni archeologici delle province di Caserta e Benevento dal 2008 al 2009 – Inoltre l’accorpamento delle soprintendenze di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta ha reso ancora più drammatico il lavoro degli esperti. Eppure se pensiamo alla storia e alle memorie presenti nell’Alto Casertano ci rendiamo conto che qui ci sono davvero dei gioielli unici. Ad esempio da un punto di vista archeologico la città di Capua è seconda solo a Roma. Qui bisognerebbe creare un vero e proprio parco archeologico e puntare tutto sulla cultura della manutenzione».
fonte: Corriere della Sera.it

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